Quindi lo strippato maschio se la mena con l’essere esperto perché se andasse solo per vetrine a spendere soldi la gente penserebbe che gli piacciono più i pisellini delle tettine?
La passione per le sneaker permette al maschio di gratificarsi a livello puramente emotivo, abitudine percepita come femminile da certe persone, salvaguardando di fronte agli altri la propria identità di genere tramite significati prettamente maschili.

Era un si?

Ok adesso che ci hai dato delle criptochecche vorrei sapere come mai si diventa sneakerhead…
Come dicevo prima, andare qui ad analizzare i fondamenti sociali della shopping addiction sarebbe un lavoro lungo e tedioso.

Sei tu che hai voluto fare lo strizzacervelli, se non volevi rischiare di dover fare lavori lunghi e tediosi forse potevi diventare barman acrobatico.
Indubbiamente, però, all’interno del fenomeno è interessante spingersi a cercare di comprendere il bisogno di concentrarsi particolarmente sulle sneaker piuttosto che su altri prodotti. Sicuramente le qualità virili di una sneaker, come abbiamo detto, permettono di declinare al maschile un’attività tipicamente femminile quale lo shopping compulsivo, ma è anche vero che non si può fare di tutta l’erba un fascio.

Stai prendendo tempo zio, devi spiegarci perchè ce ne siamo andati in fissa con le scarpe di gomma colorate, lucide, con i brillantini, in edizione limitata, disegnate da quello stilista lì che ci piace per quel performante atleta che ci piace ancora di più.
Nell’analisi del fenomeno degli sneakerhead bisogna tenere conto di diverse aree motivazionali che possono associarsi a differenti significati del comportamento e che vanno a innestarsi su questa forma di shopping addiction.

Ok abbiamo capito non lo sai, altra domanda più pesa: si può guarire?
Non credo di essere io a poter decidere se l’essere sneakerhead, o qualsiasi altra cosa, sia o non sia un problema. Come abbiamo visto, il comportamento di cui si fanno attori assolve alle istanze di tutta una serie di altri bisogni più sotterranei che non possono essere definiti “problemi”, a meno che, nello sforzo che implica la gestione di tutti questi delicati equilibri che vedono in gioco al tempo stesso sia la definizione della propria identità che quella del proprio stare con gli altri, non sia lo stesso sneakerhead a percepire questo suo comportamento come un problema, per sé o per chi gli sta accanto.

Però che bomba le squalo dai.

Quindi non sono malato. Meglio, però c’è mio cuggino che è sotto, non è in pace con se stesso e forse dovrebbe uscire dal tunnel delle peppe…
Se tale eventualità dovesse verificarsi e uno sneakerhead si trovasse a decidere di affrontare questo lato della sua personalità, esistono vari modi per lavorarci: nei casi meno estremi, facendo ricorso a una forma di autocontrollo e disciplina, cercando di osservare in maniera obiettiva le proprie modalità di acquisto di sneaker, per arrivare, se se ne sentisse il bisogno, ad affrontare un breve percorso di terapia psicologica.

L’autocontrollo, tipo quando fai 20 metri in più per pagare 1€ in meno la birretta. Dopo mi dai il tuo biglietto da visita così lo passo al nocugi, tra un po’ sua madre lo caccia.
Ecco, al di là della questione relativa al decidere se l’essere sneakerhead sia da considerarsi o meno un problema in sé, bisogna tenere conto del fatto che ogni comportamento va a inserirsi in un complesso sistema di relazioni interdipendenti e che, se può non essere percepito come un problema da chi lo mette in atto, può rivelarsi tale nel sentire di chi in tale comportamento viene coinvolto a causa della vicinanza affettiva con lui.